a cura di Francesca Laguzza |
Pubblicato da Einaudi nel 1998 (traduzione italiana), la Trilogia della città di K di Ágota Kristóf è un’opera straordinaria che racchiude tre romanzi pubblicati separatamente: Il grande quaderno (1986), La prova (1988) e La terza menzogna (1991). Questo capolavoro, scritto in francese dall’autrice ungherese – naturalizzata svizzera – è un racconto di formazione che narra, con una prosa asciutta e spietata, la deformazione del mondo e degli uomini in un contesto devastato dalle atrocità della guerra e delle sue conseguenze morali.
Il romanzo si apre con la vicenda di due gemelli, Lucas e Klaus, affidati a una nonna brutale, crudele ed emotivamente distante. Ci troviamo in un paesino di campagna “anonimo”, il quale delinea i suoi contorni ispirandosi ai paesi dell’est Europa durante la Seconda guerra mondiale. Privati dell’infanzia, i due bambini sviluppano un legame quasi simbiotico, imparando a sopravvivere attraverso una rigida autodisciplina, in un mondo in cui la fame, la morte e il dolore sono le uniche certezze tangibili.
La scrittura di Kristóf viene descritta da Giorgio Manganelli – giornalista e scrittore – come «una prosa di perfetta, innaturale secchezza, che ha l’andatura di una marionetta omicida». Quest’ultima accompagna il lettore in un viaggio di trasformazione, dove l’innocenza si sgretola e la realtà viene raccontata con lacerante sincerità.
La narrazione si evolve nelle successive parti della trilogia, dove i gemelli intraprendono destini separati: Lucas decide di rimanere in patria, affrontando le macerie morali di un paese devastato, mentre Klaus fugge nel “mondo libero”, solo per ritrovarsi ugualmente prigioniero di una verità inafferrabile, in perenne conflitto con la madre. Questo distacco, al tempo stesso fisico ed emotivo, segna il passaggio dalla simbiosi all’abbandono, culminando in un’esplorazione delle ambiguità della memoria e dell’identità.
Ágota Kristóf è riuscita a creare un universo narrativo allo stesso tempo concreto e metaforico, dove la guerra diventa il simbolo dell’alienazione e della perdita – di sé stessi e degli altri. La sua scrittura, volutamente priva di “ornamenti”, amplifica la crudezza della storia, trascinando il lettore in un vortice emotivo che lo lascia spaesato, tra la veridicità dei fatti e l’immaginazione.
Durante la lettura si viene avvolti da un pensiero fisso: “Quant’è vero ciò che sto leggendo? Tutto? Solo una parte? O nulla?”.
Gli eventi narrati si susseguono con una rapidità e una essenzialità che tolgono il fiato; ciò è dipeso anche al fatto che l’autrice non abbia scritto il romanzo nella sua lingua madre, andando dritta al punto e smussando ogni eccesso e parola di troppo.
Nonostante la sua spietatezza, la Trilogia della città di K è un’opera che colpisce per la sua tragica bellezza, il cui finale spiazza e distrugge per la sua coerenza.
Kristóf ha scritto questi libri nel tentativo di elaborare non solo il proprio dolore, ma tutte quelle emozioni scaturite in seguito al suo esilio in Svizzera – per sfuggire all’invasione sovietica – imprimendo nella storia anche questa frase: «E quando avrai troppa pena, troppo dolore… scrivi».
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