a cura di Vera La Rosa |
L’INDA – Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa non smette di stupire gli spettatori che partecipano alla tradizionale stagione teatrale estiva dedicata alle tragedie e alle commedie greche.
Nel cartellone 2024: l’Aiace di Sofocle diretta da Luca Micheletti, Fedra – Ippolito portatore di corone di Euripide diretta dal regista scozzese di opere liriche Paul Curran, la commedia Miles Gloriosus di Plauto sotto la regia di Leo Muscato.
Avvincente e misurata la regia di Fedra – Ippolito portatore di corone che, tra paillettes, colori pastello e impalcature moderne, fa rivivere agli spettatori la tragedia dell’amore proibito di Fedra, moglie di Teseo e sorella di Arianna, quest’ultima nota per aver aiutato proprio Teseo a uccidere il Minotauro.
La vicenda della tragedia di Euripide, composta nel 428 a.C. è nota: Afrodite, dea dell’amore e primo personaggio ad aprire le funeree danze della storia, trama una vendetta contro il figlio di Teseo, Ippolito, poiché questo non le è devoto e disprezza la presenza e le seduzioni del genere femminile. Infatti il giovane principe ateniese loda e incensa il tempio di Artemide, dea della caccia e della castità. Afrodite decide di punirlo: farà impazzire di un amore doloroso e straziante la sua matrigna Fedra che si consumerà nel suo tormento e nella sua passione impossibile da concretizzare o sublimare. La donna confesserà il suo sentimento frustrante alla saggia nutrice che, se all’inizio pare consigliarle di indugiare nella forza del suo amore, successivamente cerca di infonderle razionalità e le suggerisce di allontanare dal suo cuore un tale amore scabroso. La trama si svilupperà in un susseguirsi di accuse e interventi salvifici divini che porteranno, seppur parzialmente, giustizia nel mondo disordinato e vinto dalle pulsioni dei mortali.
Misurata ma incisiva la recitazione di Alessandra Salamida nei panni della protagonista, di verde vestita come i boschi dove Ippolito è solito cacciare. Gaia Aprea è convincente e perfetta nel ruolo della nutrice, presagio di sventura avvolta nel suo lungo vestito nero. Riccardo Livermore presta corpo e voce a Ippolito, scattante sulla scena e nella pronuncia delle battute, con un talento che porterà lo spettatore perfino a provare pietà alla fine dello spettacolo per un personaggio misogino come il suo; le paillettes argentee che indossa all’inizio come un novello hippie tra i boschi, con al seguito i suoi compagni tutti colorati come fate e folletti delle fiabe, lasceranno spazio al colore del sangue a conclusione dell’opera. Alessandro Albertin ci regala un Teseo intenso, sofferente come padre e come marito, con indosso un costume dal richiamo orientale che rimanda alla sua identità di guerriero e di reggente. Ilaria Genatiempo e Giovanna Di Rauso “scendono dall’Olimpo” e ci deliziano rispettivamente con una dorata e regale Afrodite e con una Artemide terrena e rossa. Sergio Mancinelli, nei panni del Servo, nonostante arrivi solo alla fine della tragedia, ci incanta con un monologo ben recitato ed emotivamente d’impatto.
Il coro delle donne di Trezene, assieme alle corifee, sono un’ottima cassa di risonanza del tormento di Fedra e si muovono come un’unica identità, con precisione e maestria.
La scenografia è lineare ma imponente, una testa femminile posta al centro della scena è il termometro che misura l’intensità del fuoco dirompente che incenerisce le certezze di Fedra.
Il quadro complessivo della regia è allo stesso tempo semplice ma raffinato, lascia agli occhi del pubblico il tempo e lo spazio per indagare tra le maglie delle battute, nonché alcuni tocchi contemporanei come ad esempio l’entrata in scena del coro in tuta arancione ed elmetto giallo, venuto, a spegnere il simbolico incendio “scoppiato” in scena.
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