a cura di Vera La Rosa |
In uno scenario geopolitico sempre più frammentato che lascia poco spazio a parole essenziali come speranza, pace o fratellanza lo spettacolo teatrale di Angelo D’Agosta «Parada Argentina – Storia di un Tano» si colloca in una posizione di netto contrasto e sussurra allo spettatore la prospettiva di un mondo migliore. Dopo un mese di residenza in Argentina, col supporto della Escuela de Titiriteros Ariel Bufano e dopo aver fatto tappa a Santa Fe, Parana, Franck e altre città, lo spettacolo ha preso vita e ha cominciato a respirare anche nella nostra isola, prodotto da Zō Centro Culture Contemporanee per la regia di Pamela Toscano e per la scenografia curata da Alessandra Privitera.
Già il titolo della rappresentazione in spagnolo con sottotitolo in italiano fa intuire come si viaggerà su due binari linguistici differenti ma paralleli. Lo fa raccontandoci di un passato che ci appartiene come popolo migrante, in particolare facendo riferimento alla storia degli emigrati italiani in Argentina, nel caso specifico, Tano. Tano è tutti e nessuno, è un uomo e tutti gli uomini costretti a trasferirsi in un paese straniero per una vita migliore. Nel suo lungo ma mai tedioso dialogo Tano parla con la nipote Chiquitita, nella fattispecie un grazioso títere («burattino» in spagnolo) a forma di bambina costruita in feltro e cartapesta che prende vita grazie ai movimenti dell’attore in scena, rendendola viva e reattiva al racconto del nonno. Potremmo definirlo dialogo poiché Chiquitita, anche se non parlante, risponde, reagisce, partecipa delle emozioni e dei ricordi del nonno grazie alla magia che solo il teatro sa donare.
La semplicità dei costumi e della scenografia – costituita da un appendiabiti con un lenzuolo e una sedia e una maschera da Commedia dell’Arte – non affievoliscono la forza della mise-en-espace; seguiamo senza nessuna difficoltà la «trasformazione argentina» di Tano, il suo arrivo nel paese straniero, la ricerca di un nuovo lavoro, la sua storia d’amore a distanza con la fidanzata rimasta in Sicilia e le altre sfide che il quotidiano ci riserva.
Di quotidiano a teatro non c’è nulla, tutto deve risuonare di straordinario e bisogna che si compia una magia tra pubblico e attori e Angelo D’Agosta ci riesce benissimo: nell’atmosfera soave ricreata Tano sembra un lontano parente di ciascuno di noi, uno zio o un fratello lontano, con cui è facile entrare in empatia e che istintivamente guardiamo con gli occhi meravigliati come quelli di Chiquitita.
C’è spazio per tutto, per lo spirito di ricerca, per la voglia di immaginare un mondo senza barriere inutili, per il dolore, anche per l’amore, l’unica forza che attraversa qualsiasi confine tracciato da mano umana. Se ci mettessimo a costruire muri su muri – come spesso viene sottolineato durante lo spettacolo – il mondo sarebbe un posto decisamente meno luminoso.
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