a cura di Rosario Gullotto |
100 milioni di dollari. È questo il maggiore successo commerciale di Robert Eggers, regista newyorkese emergente nel panorama cinematografico mondiale, avvenuto con il film Nosferatu (2024), distribuito in Italia dall’Universal Pictures a gennaio di quest’anno.
L’autore ci offre un film dall’esperienza visiva e sonora che trasporta lo spettatore in un mondo di orrore gotico e fascino inquietante. Dopo l’esordio registico con The Witch (2015), che ottenne un buon successo al botteghino, Eggers aveva continuato a stupire il pubblico con The Lighthouse (2019) e The Northman (2022), confermando la raffinatezza della sua impronta artistica; ma è con il film Nosferatu, uscito in Italia il 1 gennaio di quest’anno, che l’autore ha voluto parlare ad un pubblico ancora più ampio, toccando un tema classico e sempre affascinante, quello del vampirismo.
Un film corale
L’opera di Eggers è una fusione tra il classico film muto del 1924 Nosferatu: A Symphony of Horror di F.W. Murnau, il film Dracula del 1932 di Tod Browning e l’omonimo romanzo di Bram Stoker. Il regista ha inoltre tratto ispirazione dal film del 1992 Bram Stoker’s Dracula di Francis Ford Coppola, i cui richiami sono evidenti fin dalle prime scene dell’opera.
I primi due atti di Nosferatu sono di fatto una trasposizione cinematografica abbastanza aderente con la trama del romanzo stokeriano. Thomas Hutter (Nicholas Hoult) ricalca il personaggio di Jonathan Harker, ovvero il dipendente di un’agenzia immobiliare che andrà a far visita al vampiro per concludere l’acquisto della sua nuova dimora. Psicologicamente Thomas risulterà acerbo e fragile nelle prime battute del film, un uomo in balia degli eventi, che si ritroverà catapultato in uno spaventoso castello, casa e regno del mostro, e da cui ne uscirà profondamente cambiato, segnato dalle esperienze orrifiche vissute.

Le sequenze che mostrano il viaggio del nostro eroe, dalla partenza fino all’arrivo in un villaggio abitato da una pittoresca comunità dell’est Europa, non possono non ricordare le atmosfere descritte nel libro di Bram Stoker, così come le scene che mostrano i monti innevati (riferimento ai Carpazi tanto descritti dall’autore ottocentesco) e le lugubri stanze in cui vive il Conte Orlok. Un richiamo quindi fedele alle pagine del libro, che risulta rispettato nella sua struttura narrativa almeno fino al momento del naufragio della nave dove viaggia il vampiro in arrivo nella sua nuova tenuta. Da qui il film svolterà e il romanzo stokeriano non sarà più il riferimento primario della storia.
Interpretazioni “da urlo”
Gli attori del film non sono di certo personalità sconosciute nel cinema. In primis, vale qui la pena citare l’interpretazione di Bill Skarsgård (già noto al grande pubblico per Pennywise, nel reboot del 2017 del film IT) qui nei panni del Conte Orlok, che diventa incarnazione del terrore, tanto inquietante quanto ipnotica. La voce gutturale, l’andatura sinistra e lo sguardo penetrante creano un’immagine da predatore che domina le scene in cui è coinvolto, fin dal momento in cui verrà in contatto col protagonista. È qui possibile apprezzare il lavoro di trucco e di progettazione del suono, quest’ultimo indispensabile per amplificare i passi lenti e i sussurri inquietanti del vampiro.
Da notare poi gli splendidi riferimenti allo sguardo e alle movenze di Bela Lugosi, interprete del Conte Dracula nell’iconico film del 1931, a cui Skarsgård si è probabilmente ispirato per la sua interpretazione. Lo sguardo del Lugosi incastonato in una luce caravaggesca viene qui trasposto negli occhi vitrei ma meno espressivi dell’attore svedese.

Ma la scena viene inequivocabilmente dominata dall’interpretazione di Lily-Rose Depp, nel film Ellen Hutter, giovane donna vittima dell’ossessione del Conte Orlok. Se la trama la vuole inizialmente fragile, psicologicamente disturbata e con una dipendenza affettiva dal marito Thomas, sono le scene emotivamente più forti che permettono a Depp di mostrare tutta la sua bravura attoriale. In particolare, la scena in cui Ellen viene posseduta dal Conte e la scena, quasi sul finale, del diverbio col marito Thomas. In quest’ultima vale la pena far notare la maestria con cui recita un attacco epilettico, i cui violenti spasmi fanno pensare inizialmente a un qualche artificio tecnico, in realtà inesistente.

Inoltre, è da segnalare Simon McBurney, nel ruolo del Sig. Knock, il servo del vampiro. McBurney recita nudo, urla nelle tenebre invocando il nome del demone, mangia la testa di un piccione vivo che stringe tra la mani… Diventa insomma la personificazione della follia, svuotato nell’anima dalle perfide mire del Conte.

Infine, a Willem Dafoe viene riservato il ruolo del professore Albin Eberhart Von Franz, trasposizione del professore Abraham Van Helsing del già citato romanzo di Stoker. Dafoe deve interpretare l’incarnazione della razionalità che scruta le pieghe spirituali della vita. Lì dove lo sguardo unidirezionale del Dottor Wilhelm Sievers (Ralph Ineson) non arriva, ci pensa lui. Anche se il ruolo così squadrato non permette all’attore di dare grandi dimostrazioni di teatralità.

Luoghi spettrali per nulla banali
Nosferatu non è un film semplice da rendere sul grande schermo. Il rischio di cadere nella banalità scenica e annoiare lo spettatore è altissima. Eppure, la fotografia di Jarin Blaschke risulta impeccabile, con ambientazioni gotiche che sembrano dipinti e un’atmosfera che coinvolge trasportando tutti in un’epoca di decadenza e superstizione. Inoltre, i costumi e i dettagli storici appaiono tanto curati da amplificare il coinvolgimento emotivo, rendendo questo film una pietra preziosa del cinema horror contemporaneo.

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