a cura di Giovanna Giada Cutrona |
Se Yorgos Lanthimos fosse il protagonista di un noto spot degli anni ‘90, sarebbe lui a pronunciare la frase “two is megl che uan”. Solo che in questo caso non si tratta di gelati, ma di film.
A pochi mesi dall’uscita in sala dell’acclamatissimo e premiatissimo Poor Things!, Lanthimos si rituffa a capofitto nel suo modo di fare cinema con Kinds of Kindness, il suo nono lungometraggio. I due film, girati quasi in contemporanea, condividono parte del cast stellare, in cui brillano Emma Stone e Willem Dafoe, accompagnati da Margaret Qualley e dalla new entry Jesse Plemons, straordinaria riscoperta del grande schermo.
Quello che le due pellicole non condividono, tuttavia, è l’autentico spirito del regista.
Se Poor Things!, nonostante la maestria di tutta la troupe e degli attori, risulta comunque un’operazione commerciale (e distribuito, non a caso, dalla Walt Disney Company), Kinds of Kindness si mostra lontano anni luce dalle logiche hollywoodiane di compiacimento degli spettatori.
Parte del merito di questo ritorno alle origini è senza dubbio da attribuire alla rinnovata collaborazione con Efthymis Filippou, già co-sceneggiatore di precedenti opere di Lanthimos come Dogtooth, Alps, The Lobster e Il sacrificio del cervo sacro.
A discapito del titolo, Kinds of Kindness – traducibile con “Tipi di gentilezza” – è un vero e proprio compendio di crudezza e brutalità. Durante i 164 minuti viene mostrato il lato più oscuro dei rapporti di potere tra gli esseri umani, che sfociano nella dipendenza psicologica e affettiva e nel sacrificio estremo, in un susseguirsi di prove in cui i protagonisti sembrano sotto scacco di una vera e propria Sindrome di Stoccolma che li spinge ad amare i propri aguzzini.
Nei tre capitoli che compongono il film, Lanthimos esplora queste dinamiche portandole alle estreme conseguenze, mostrandoci il lato più oscuro dei “tipi di gentilezza”.
Il primo episodio, intitolato The death of R.F.M., mette in scena una visione esacerbata delle dinamiche servo-padrone. La vita del protagonista, in apparenza agiata e lussuosa, è in realtà sotto il controllo totale del suo capo, che ne controlla ogni minimo aspetto.
Non è difficile leggere tra le righe una metafora spietata delle società capitalistiche, in cui gli individui pensano di avere tutto pur essendo padroni di niente, soggiogati dai propri datori di lavoro e da tutte le forze economiche dominanti.
Nel secondo episodio, R.M.F. is flying, il potere si manifesta all’interno delle dinamiche di coppia. In questa narrazione – in cui non si risparmiano allo spettatore scene corporali, materiche e sanguinolente, quasi slasher, in cui però la vittima si autoinfligge le ferite mortali – la messa in scena di Eros e Thanatos raggiunge il suo apice. Del resto, amore e morte fanno parte dei temi cari a Lanthimos, il quale ha più volte utilizzato nelle sue pellicole i topoi della tragedia greca, in omaggio alla sua terra natìa e ad una componente così importante nella sua formazione artistica.
Nell’ultimo capitolo, R.M.F. eats a sandwich, potere e spiritualità si intrecciano e si fondono. Qui, gli adepti di una setta, alla ricerca di una persona con delle abilità soprannaturali, non esitano a mettere da parte persino gli affetti più cari pur di adempiere alla causa di un misticismo venato esclusività ed esclusione, nonostante l’apparente libertà, soprattutto sessuale, praticata all’interno del lussuoso resort in cui risiedono i due leader-santoni.
Senza svelare altro, potremmo definire la pellicola una torbida summa su dipendenza, potere e rigide regole che puniscono severamente chi le vìola. Con un tocco di dark humor, che si svela soprattutto nel “sogno” in bianco e nero alla fine del secondo episodio, Lanthimos si conferma come una delle voci più originali e provocatorie del cinema contemporaneo. Se alcuni critici hanno puntato il dito contro, vedendo in quest’opera un mero esercizio di stile fine a sé stesso, è tuttavia innegabile che, nel panorama odierno della produzione cinematografica, un prodotto di questo tipo risulti quantomeno ardimentoso e sincero, non compiacente nei confronti del grande pubblico ma dell’arte espressa nella sua forma primigenia, senza compromessi o facili giochi di adulazione.
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