a cura di Federica Miano |

Nel romanzo di Simona Lo Iacono, “Il mistero di Anna”, ancora una combinazione di storie femminili tanto care alla scrittrice, finalista al premio Strega nel 2016 con “Le streghe di Lenzavacche”, e magistrato presso la corte d’appello di Catania.
La piccola Anna Cannavò nel 1968 frequenta la quinta elementare a Siracusa, è poverissima, eppure è protesa a cercare la sua voce dentro il mistero delle parole poetiche, delle quali lei dirà di “essersi ammalata”, per la malia che esercitano su di sé. A sorpresa vince un concorso del Ministero della Pubblica Istruzione, scrivendo una lettera alla scrittrice Anna Maria Ortese. Il premio è una settimana da trascorrere a casa della scrittrice stessa, a Milano, dove la ragazzina troverà anche la sorella della Ortese, Maria. Attraverso un intreccio di destini come specchi riflessi, si rievocano la vita e i grandi temi della scrittrice, il ruolo dell’intellettuale nella società, il rapporto uomo/natura e il rispetto delle sue creature, gli animali “piccole persone”, la forza e il valore delle parole e della scrittura per la costruzione di sé.
La grande arte vive in un eterno presente, vede e scopre una realtà che c’è da sempre, tocca l’ordine eterno dello spirito assoluto, dunque il cuore di tutti, anche quando non è immediatamente comprensibile, e nel romanzo troviamo questa esperienza nella voce della bambina di Siracusa. Dai dialoghi fra “le due Anna”, e dalle riflessioni che ne seguono, apprendiamo la visione del mondo e dell’arte che le ispira, consapevole in Annamaria, genuina e intuitiva in Anna.
La scrittrice ha uno sguardo che gira sul mondo alla periferia delle cose, in cerca delle parole che non nascono dalla bellezza ma dalla mancanza, non dal centro ma dai margini e dalle periferie. Parole che devono avere un dolore o un motivo, per essere libere, e un legame indissolubile con l’altrove. Devono poter rappresentare la natura come sogno, la vita come dolore, ed esprimere il pianto di qualcuno che sta per separarsi, perché vivere è come tornare da un altro luogo. Perseguire il miglioramento del mondo cercandolo nel povero, nell’oppresso, nei senza patria, negli animali, e soprattutto nell’eterno.
Un tale sguardo dell’intellettuale e dell’artista conserva l’intensità di occhi bambini penetranti il mistero del creato, la sua sostanza religiosa, trascendente, senza cui non c’è salvezza. Questo il pensiero di Annamaria, questo “sente” la piccola Anna.
Anna Cannavò è frutto di fantasia, ma vivente nella irrealtà così cara alla Ortese, come precisa l’autrice nella Nota alla fine del romanzo, e di fantasia sono anche le lettere della scrittrice ad un’amica siciliana, che avrà un ruolo importante nella sorte della bambina. Corrisponde alla realtà il viaggio della Ortese in Sicilia, come tutti i riferimenti biografici.
Il romanzo è una emozionata, emozionante ed appassionata storia di femminilità singolari, scritta in uno stile limpido e lineare, fresco come le intime e commosse parole della piccola Anna, profondo e misterioso come l’anima della grande Annamaria. Una testimonianza del riscatto che la dedizione al culto della parola può sempre offrire al dolore della vita.
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