a cura di Giovanna Giada Cutrona |
In Italia, essere trentenni oggi è come scalare una montagna di titoli accademici – lauree, master, specializzazioni – per poi scoprire che in cima non c’è il lavoro dei sogni, ma uno stage sottopagato o un contratto a tempo determinato da rinnovare ogni sei mesi.
Hai fatto tutto per bene, come ti è stato chiesto: studio, sacrifici, competenze. Eppure il merito resta un concetto decorativo, buono per i discorsi istituzionali, meno per i contratti veri.
Non è retorica né lamentela generazionale: sono i numeri a parlare, e lo fanno con l’indifferenza spietata delle statistiche.
Disoccupati con lode: un confronto europeo
Secondo il report ISTAT 2024, il tasso di disoccupazione nella fascia 25-34 anni si attesta intorno al 10%, un dato ben superiore alla media europea (Eurostat, 2023), dove si ferma attorno al 6%. Non solo: anche tra coloro che un lavoro lo trovano, le condizioni restano precarie. L’ultimo rapporto Almalaurea segnala che, a cinque anni dal conseguimento della laurea triennale e magistrale, circa il 18% dei giovani lavora con contratti a tempo determinato o part-time involontario, spesso in posizioni sottopagate e non correlate al proprio percorso di studi.
La precarietà economica ha effetti profondi sulla vita sociale. L’Eurostat ci dice che l’età media in Italia per lasciare la casa dei genitori è di 30 anni. Questo ritardo nell’autonomia non è frutto di “mammismo culturale”, come qualche analisi superficiale vorrebbe suggerire, ma di un mercato che offre retribuzioni insufficienti (il salario medio annuale dei laureati under 35 si aggira intorno ai 15-16.000 euro netti, secondo INPS 2023) e una scarsità cronica di contratti stabili.
Dietro questo scenario, si cela un problema strutturale: il mismatch tra formazione universitaria e richieste del mercato del lavoro. Secondo l’OCSE (Education at a Glance, 2023), in Italia solo il 62% dei laureati è occupato in un settore coerente con i propri studi, a fronte di una media OCSE del 75%. Una discrepanza che si traduce in frustrazione personale e in una perdita netta di capitale umano per il Paese.
Tante iniziative, pochi risultati: il bilancio delle politiche giovanili
La risposta istituzionale finora è stata frammentaria. Se da un lato misure come il programma “Garanzia Giovani” hanno cercato di favorire l’inserimento lavorativo, dall’altro mancano politiche strutturate capaci di incidere sulle dinamiche salariali e contrattuali.
Il risultato? Una fuga di cervelli incessante: tra il 2011 e il 2024 ha riguardato 550mila giovani con alta formazione che si sono trasferiti all’estero, in cerca di condizioni migliori.
Non servono pannicelli caldi né l’ennesimo convegno sul “dialogo tra formazione e impresa”. Serve una politica del lavoro che smetta di inseguire i trend con vent’anni di ritardo e cominci a progettare – davvero – il futuro.
Digitale, ecologico, produttivo: sono questi i campi dove i giovani italiani potrebbero eccellere, se solo il sistema desse loro un’occasione.
Serve anche un’università che non si limiti a sfornare titoli, ma costruisca ponti con il lavoro, come accade altrove, dove la parola “occupabilità” non è un tabù.
E serve, banalmente, un lavoro che sia lavoro: con tutele, salari dignitosi, prospettive; con la possibilità di progettare un’esistenza che non sia una corsa a ostacoli tra lavoretti saltuari e case dei genitori.
Perché se il capitale umano è la nostra risorsa più preziosa, la stiamo gestendo con la cura che si riserva ai bagagli smarriti in stazione.
E la cosa più ironica è che sembriamo stupirci ogni volta che non tornano indietro.
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