a cura di Anna Armetta |
Ha ancora senso oggi utilizzare la parola “femminismo”? Non sarebbe più semplice pensare questa parola all’interno di una più ampia categoria come quella dei diritti umani?
Nel saggio intitolato “Dovremmo essere tutti femministi” la scrittrice, attivista e femminista nigeriana, Chimamanda Ngozi Adichie (classe 1977), partendo da episodi realmente accaduti nella sua vita quotidiana, mette in evidenza quanto l’idea legata alla parola femminismo sia limitata dagli stereotipi di genere e che inscrivere il femminismo all’interno di una categoria più ampia, come quella dei diritti umani, vorrebbe dire negare la specificità di genere.
Il libro, pubblicato nel 2014 dalla casa editrice Fourth Estate e tradotto e pubblicato in Italia per Einaudi, è un adattamento di una conferenza che l’autrice ha tenuto nel 2012.

Di femminismo se n’è già parlato abbastanza e sembra non serva più parlarne e confrontarsi. In realtà, la scrittrice dimostra attraverso un’analisi brillante, non retorica e nemmeno ridondante, il motivo per cui dobbiamo ancora parlarne e del perché «dovremmo essere tutti femministi».
La nostra cultura ha accettato e riconosciuto normali tutta una serie di atteggiamenti, sia in ambito privato, all’interno delle famiglie stesse, che pubblico. Pensiamo di vivere in una società egualitaria in cui uomini e donne hanno gli stessi diritti e doveri, ma quante donne troviamo, ancora oggi, in un posto di comando?
L’autrice, riportando le parole di un’amica, scrive che più si sale e meno donne si trovano al potere. Perché ci sono qualità come l’intelligenza, l’intraprendenza e altri requisiti che sembrano essere ad esclusivo appannaggio del genere maschile. Qualità che, invece, appartengono, indistintamente, a donne e a uomini senza differenza di genere.
Se è pur vero che molti passi avanti sono stati fatti è pur vero che le nostre idee sul genere non si sono ancora evolute adeguatamente. Ma per fare questo non dobbiamo solo trasformare il nostro modo di pensare, dobbiamo anche riflettere su un’educazione che riguardi le bambine e i bambini e porre nuove fondamenta. Dovremmo educarli a concentrarsi più sulle loro capacità e sui loro interessi, come suggerisce la stessa autrice. Solo così facendo possiamo credere di non essere inscritti in una categoria che ha già nel suo insieme una serie di aspettative. Molto meglio, sarebbe invece, sentirsi liberi di sperimentare chi siamo, e chi vorremo essere, senza il peso delle aspettative legate al genere.
Abbiamo, ancora oggi, del concetto di virilità e di femminilità una rigida etichetta. Al bambino non dobbiamo insegnare ad essere sempre forte, può, e deve, poter essere libero di sperimentare la fragilità che, a sua volta, non può, e non deve, considerarsi una tipicità del genere femminile.
La discriminante di genere è ancora oggi una costante e il rischio è di continuare a produrre differenze sociali. Ma dopo queste riflessioni possiamo veramente parlare di un prima e un dopo “Dovremmo essere tutti femministi?”.
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